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Quella straordinaria avventura umana
di Luigi Patronaggio
Presidente della Corte d’Assise di Agrigento
dal “Giornale di Sicilia”, 13-Aprile-2001

Ho avuto il privilegio, che raramente accade nella carriera di un magistrato, di vivere una straordinaria avventura umana, gestendo le indagini e buona parte del dibattimento relativo all’omicidio di don Pino Puglisi.
Straordinaria avventura umana perché mi sono imbattuto, dopo essermi confrontato con delinquenti e “infami” di ogni risma, in persone che vivendo la “normalità” sono diventati, loro malgrado, degli eroi, eroi piccoli e per caso.

Si è molto parlato da ultimo, e il recente sceneggiato televisivo è stato l’ultimissima occasione per riparlarne, di don Pino Puglisi come di un santo, di un martire della fede cristiana, e si è pure detto del pentimento del suo killer, Grigoli, come della conversione di un peccatore e del primo vero miracolo del neo beatificato don Pino Puglisi.

Quella che segue vuole essere la testimonianza di un laico, di uno sfiduciato e tormentato cattolico, che vuole rivedere la straordinaria vicenda di don Pino e di quanti lo affiancarono, con spirito illuminista e con metodo sciasciano.

La storia di don Pino è in realtà, nella sua disarmante semplicità, la storia di quanti, dimenticati dalla storia e forse anche dalla cronaca, sono morti per affermare la normalità e la legalità in una terra soggiogata dalla prepotenza mafiosa.

Fin dalle prime battute delle indagini, svolte insieme al collega Lorenzo Matassa, ci siamo resi conto di avere di fronte l’ennesima vittima della prepotenza mafiosa, una vittima, in un certo senso diversa dalle altre, ma pur sempre morta da sola e indifesa; diversa forse per i libri che leggeva, tutti libri pesanti, di teologia e pastorale; diversa sicuramente per l’amore e la fiducia che aveva creato in quanti la avevano conosciuta e seguita.

Le primissime indagini non furono facili, non si avvalsero del “pentito” di turno, e tuttavia permisero di ricostruire, grazie al coraggio civile di chi aveva creduto nell’insegnamento di don Pino, il contesto ambientale dove il delitto era maturato e di focalizzare il volto e il nome dei mandanti di questo orrendo delitto. Il cognome dei presunti mandanti, Graviano, era un cognome pesante, un cognome che con difficoltà veniva pronunciato a Brancaccio e pure presentissimo nella mente e nelle paure di quanti vivevano a Brancaccio.

Ricordo le testimonianze del giovane vice parroco, della gente  di un semplice e male organizzato comitato intercondominiale, di alcuni giovani che avevano vissuto a fianco a fianco con don Pino.
Capimmo allora che a Brancaccio si poteva morire solo per avere avuto il coraggio di reclamare una vita normale, la legalità più elementare, la voglia di professare l’impegno sociale cristiano, da molti spesso sbandierato e da pochi praticato.

Ricordo taluni componenti del comitato intercondominiale, la cui unica battaglia politica, se tale poteva definirsi, era stata quella di reclamare maggiore attenzione da parte dell’amministrazione comunale e di quartiere per le condizioni igieniche della loro strada e del loro complesso condominiale. L’unico incoraggiamento che questi cittadini trovarono nelle loro manifestazioni fu l’appoggio morale e logistico di don Pino. Di tale banale azione di sensibilizzazione civica pagarono un prezzo altissimo subendo, notte tempo, mentre dormivano tranquilli in famiglia, il tentativo d’incendio delle loro abitazioni!

Ricordo, ancora, dei giovani che avevano subito aggressioni per le strade del quartiere sol perché non si erano adeguati ai (dis) valori mafiosi, o perché avevano testimoniato il loro impegno cristiano attraverso la creazione di un centro sociale per il recupero di prostitute, diversi o più semplicemente di giovani non scolarizzati.

Dietro tutto questo, che a ben pensare è veramente ben poca cosa per una società che si vuole civile e proiettata verso l’Europa, c’era la presenza discreta di don Pino.

Don Pino non era un prete antimafia, non faceva politica, non era iscritto nel lungo elenco dei retori antimafia. Era solo un uomo ed un cristiano che cercava la normalità e pretendeva la normalità. Per lui la legalità era normalità del convivere civile e non un esercizio di retorica. La legalità per lui era potere operare da uomo libero, con semplicità, con naturalezza, senza servire il politico  o l’amministratore di turno e senza abdicare alla dignità di cittadino, di sacerdote, di uomo.

Io non so se vivere così, come ha vissuto don Pino, significa vivere da santo, so solo che vivere così, dal mio punto di vista, significa soltanto vivere da uomo libero, da cittadino di una società civile.

Io non credo né ai santi, né agli eroi, ma credo che in questa terra disgraziata fare il proprio dovere, affermare la legalità più elementare, praticare le regole della democrazia, spesso significa diventare malgrado tutto un eroe, un eroe piccolo e per caso come don Pino.

L’affermazione della dignità umana, l’affermazione della dignità di quanti sono stati uccisi dalla mafia solo per avere fatto il proprio dovere, spesso in silenzio e lontano dalle grandi tribune e dai grandi prosceni nazionali, costituisce il nemico più temuto dalla mafia, abituata a soggiogare, con lusinghe o con violenze, la libertà e le coscienze degli uomini.

E se don Pino è l’esempio dell’affermazione della dignità umana, dell’uomo che non si fa soggiogare dal prepotente di turno, Grigoli, il suo carnefice, è l’esempio della dignità negata.

Ho conosciuto nell’ambito della medesima vicenda processuale il Grigoli, ho partecipato alla sua cattura e ho raccolto le sue confessioni e le sue dichiarazioni.
Grigoli diventa killer perché è l’unico modo per affermarsi nel quartiere di Brancaccio, perché ciò gli garantisce denaro, donne, autovetture, motociclette e soprattutto uno status.
Grigoli commette il Male (confesserà un numero incredibile di omicidi…) perché attraverso il Male afferma se stesso, attraverso il crimine, sempre più orrendo, ottiene la considerazione dei mafiosi, degli “uomini d’onore”, di quelli che contano e il rispetto degli umili, di quelli che hanno abdicato per sempre alla propria dignità di uomini liberi.

Ma lo stesso Grigoli, messo nelle condizioni di comprendere il sistema di valori perversi in cui fin qui è vissuto, sceglierà alla fine la legalità, o se si vuole vedere la vicenda da un altro punto di vista, sceglierà il Bene.

La sera che lo abbiamo arrestato, io e gli eccezionali uomini della Squadra Mobile di Palermo che mi coadiuvavano, gli abbiamo subito spiegato che il suo sistema di valori era crollato per sempre; che ormai non era più nessuno, che la sua onnipotenza era già da tempo finita, da quando lo avevamo identificato come pericoloso killer al soldo della famigli mafiosa di Brancaccio e da quando non era più utile e funzionale agli interessi della sua cosca.

L’uomo a quel punto, solo e misero, ebbe un sussulto di dignità, volle vedere sua moglie e i suoi tre splendidi ed innocenti figli e, dopo avere avuto garanzia che questi ultimi potevano crescere diversamente da come era cresciuto lui, che potevano avere da questo Stato la garanzia di crescere liberi e di autodeterminarsi, decise di collaborare e di confessare tutto.

Ancora una volta non so se il percorso seguito dal Grigoli sia un percorso prodigioso, e se dietro questo percorso vi sia la mano di Dio, ritengo, tuttavia, nella mia pochezza di laico, che questa collaborazione – non parlo di pentimento – sia il trionfo della legalità, il ripristino della credibilità dello Stato, sia stata finalmente l’unica vera scelta da uomo libero, effettuata da un uomo pur modesto e piccolo come Grigoli.

La Pasqua si avvicina, i cristiani la festeggiano come la rinascita, come il rinnovarsi della vita, che tutti la possano festeggiare da uomini liberi ed autentici come Don Pino, eroe e forse Santo suo malgrado.

 

3P in foto...

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