Home Biografia VII - Me l'aspettavo
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Capitolo VII
Me l'aspettavo

grigoli_133x200Era solo e mangiava spaghetti Salvatore Grigoli quando l'arrestarono: poche ore dopo decise di collaborare con la giustizia e ammise di aver sparato a padre Puglisi. Così si legge nella sua prima "dichiarazione spontanea" messa a verbale e poi confermata nelle aule dei processi: "Dopo aver bruciato le porte di casa di quelle tre persone, ebbimo la comunicazione di commettere questo omicidio. Quella sera non eravamo andati per questo ma si stava vedendo di conoscerne le abitudini e gli spostamenti. Lo incontrammo in una cabina telefonica nei pressi della chiesa di San Gaetano. Si pensò allora di attuare subito il delitto, andammo a prendere l'arma. Si trattava di una 7,65 munita di silenziatore. Quindi andammo a ricercarlo. Alla cabina non c'era più. Decidemmo allora di attenderlo sotto casa. Cosa che avvenne. Lui arrivò e io e lo Spatuzza siamo scesi dalle macchine.

"Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva un borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello.
E gli disse piano: "Padre, questa è una rapina!".
Lui si girò, lo guardò - una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte, - sorrise e disse: "Me l'aspettavo".
Non si era accorto di me. Io allora gli sparai un colpo alla nuca".

All'epoca del delitto Salvatore Grigoli, un "picciotto" di Brancaccio, sposato con tre bambini, aveva 28 anni. Fu arrestato il 19 giugno del '97 dopo un lungo periodo di latitanza e dopo essere sfuggito a una trappola ordita per sopprimerlo. Soprannominato nel clan "U Cacciaturi", si è autoaccusato di decine di delitti e attentati e ha avuto un ruolo anche nel rapimento e nella soppressione di Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia Santo.

Dopo aver confessato e chiamato in causa i complici, il 7 settembre 1998 ha scritto una lettera al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, per rivolgere "le sue scuse" a tutta la città. "Oggi sono consapevole di aver sbagliato in modo grave. - ha scritto - Oggi che comincio ad assaporare il bene e a disgustare il male. La morte di don Pino ha contribuito al mio cambiamento. Purtroppo è una realtà che fa molto male...chissà se don Pino è stato mandato da Dio sulla Terra con dei compiti specifici...A me personalmente fa male ricordarlo per il motivo che tutti conosciamo, ma a tanti e tanti altri può far bene ricordarlo, perché lui è morto per il bene degli altri e il prezzo è stato altissimo".

Grazie alle deposizioni degli amici di "3P" (che hanno avuto il coraggio di rompere il muro dell'omertà), alle investigazioni e al contributo di Grigoli e di altri collaboratori della giustizia, per il delitto sono stati istruiti due processi già arrivati alla sentenza definitiva della Corte di Cassazione.

Come mandanti sono stati condannati all’ergastolo i boss Giuseppe e Filippo Graviano. Come esecutori il carcere a vita è stato inflitto a Gaspare  Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, tutti già detenuti. Grigoli, con gli sconti di pena, ha avuto una condanna a 18 anni. Nel  luglio del 2004 ha ottenuto gli arresti domiciliari.

Il movente e l’atmosfera di quei  mesi sono stati così descritti da un altro pentito, Giovanni Drago, con il suo linguaggio crudo che riassume lo  stupore e la rabbia dei boss. C’è anche una curiosa assonanza con la definizione di sacerdote rompiscatole che si attribuiva lo stesso “3P”: “Il prete era una spina nel fianco. Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada. Faceva manifestazioni, diceva che si doveva distruggere la mafia. Insomma ogni giorno martellava, martellava e rompeva le scatole. Questo era sufficiente, anzi sufficientissimo per farne un obiettivo da togliere di mezzo”.

Altro pentito, Totò Cancemi: “Tutti i clan della zona orientale della città rimproveravano i Graviano per le attività di padre Pino perché i picciotti seguono questo prete e non vengono a sentire i discorsi di Cosa Nostra”.

Le motivazioni della sentenza della seconda sezione della Corte d'Assise (presidente Vincenzo Oliveri, giudice a latere estensore Mirella Agliastro)
riassumono così - tenendo conto del contributo di pm, testimoni e collaboratori - il movente del delitto e lo scenario di Brancaccio (il documento è depositato in cancelleria in data 19 giugno 1998):
"Emerge la figura di un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall'ombra del campanile... L'opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare una insidia e una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell'ordine mafioso, conservatore, opprimente che era stato imposto nella zona, contro cui il prete mostrava di essere uno dei piu' tenaci e indomiti oppositori.
"Tutte le opere e iniziative che avevano fatto capo al sacerdote e che sono state indicate minuziosamente dai suoi collaboratori e persone a lui vicine, fanno corona alla figura di un religioso austero e rigoroso, non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella difficile realtà di quartiere, lucido e disincantato ma non per questo amaro e disilluso, arreso o fiaccato dalle minacce, intimidazioni e aperti contrasti con gli uomini dell'establishment mafioso locale.
"Don Pino Puglisi aveva scelto non solo di "ricostruire" il sentimento religioso e spirituale dei suoi fedeli, ma anche di schierarsi, concretamente,  senza veli di ambiguità e complici silenzi, dalla parte di deboli ed emarginati, di appoggiare senza riserve i progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, che coglievano alla radice l'ingiustizia della propria emarginazione e intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo piu' accettabile, accogliente e vivibile”.
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3P in foto...

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