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Capitolo VIII
Giovanni Paolo II alla Verna

3pdalpapa_250x200Giovanni Paolo II il 17 settembre '93 alla Verna,  il monte dove San Francesco ricevette le stimmate, pronunciò queste parole: "Da un luogo di pace e di preghiera, non posso che esprimere il dolore con il quale ho appreso ieri mattina la notizia dell'uccisione di un sacerdote di Palermo, don Giuseppe Puglisi. Elevo la mia voce per deplorare che un sacerdote impegnato nell'annuncio del Vangelo e nell'aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio e il prossimo, sia stato barbaramente eliminato. Mentre imploro da Dio il premio eterno per questo generoso ministro di Cristo, invito i responsabili di questo delitto a ravvedersi e a convertirsi. Che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace alla cara Sicilia".

Un anno dopo, nel novembre '94, per due volte - durante le visite a Catania e a Siracusa - il Pontefice, mentre invocava la protezione di alcuni santi e beati siciliani, rammentò il sacrificio di "3P" definendolo "coraggioso testimone del Vangelo".

L’estate del ’93, immediatamente precedente al delitto Puglisi, era stata la stagione delle bombe di mafia: a Roma in via Fauro (14 maggio), a Firenze in via dei Georgofili, nei pressi degli Uffizi (27 maggio), a Milano in via Palestro (27 luglio) e di nuovo a Roma, in quella stessa notte,  avanti alle chiese di San Giovanni in Laterano (sede del vicario del Papa a Roma, il cardinale Camillo Ruini) e San Giorgio: 10 morti (tra cui due  bambini), 95 feriti, danni per miliardi al patrimonio artistico. Secondo i collaboratori di giustizia, un altro attentato era stato preparato per settembre: un’auto imbottita di tritolo doveva esplodere davanti allo stadio Olimpico di Roma. Era già pronta una Lancia Thema rubata, carica di tritolo: rimase parcheggiata per lungo tempo in un piazzale. Il piano saltò proprio per la pressione delle forze dell’ordine successiva al delitto Puglisi.

Le inchieste e i processi per gli attentati, riunificati a Firenze, si sono conclusi con una raffica di ergastoli. Secondo i magistrati, si trattò dell’estremo “tentativo di ricatto allo Stato” da parte di Salvatore Riina (che era stato arrestato, tra mille misteri,  il 15 gennaio del ’93) e dei suoi fedelissimi, tra cui i boss di Brancaccio. Ebbene, il carcere a vita è stato inflitto a Firenze anche ai fratelli Graviano e agli altri uomini del loro gruppo di fuoco, le stesse persone condannate a Palermo per l’omicidio Puglisi, Grigoli compreso.

Padre Pino era dunque un sacerdote oltremodo scomodo per quanto faceva nel quartiere, - denunce, battaglie per i diritti civili e marce antimafia – ma “pericoloso” soprattutto nel momento in cui il clan radunava le forze, trasportava armi ed esplosivi, organizzava attentati, lanciava l’assalto (la proposta di trattativa?) al cuore dello Stato partendo dal controllo militare di tutte le attività a Brancaccio.

Il delitto può quindi essere valutato come una risposta delle cosche a Giovanni Paolo II, insieme con le bombe dell’estate piazzate accanto alle chiese. In quei lunghi mesi del ’93 tutta l’Italia – già scossa dagli arresti di Tangentopoli - piombò in un clima di paura. La matrice mafiosa dietro le esplosioni si andò delineando molto lentamente: era la prima volta che Cosa Nostra portava il suo sanguinoso attacco alle istituzioni lontano dalla Sicilia.

Anche la Chiesa avvertì di essere nel mirino: nella monumentale biografia di Karol Wojtyla scritta dal teologo americano George Weigel – che ha avuto l’opportunità di una serie di colloqui riservati col Pontefice – dopo la ricostruzione della visita in Sicilia e dell’omelia di Agrigento (definita “la più vibrata protesta pubblica contro la mafia”) viene ricordata la tragica sequenza degli attentati e si osserva:
“Non è possibile credere che la scelta del momento fosse frutto del caso… Gli attentati, così come la visita del Pontefice in Sicilia che pareva averli motivati, avevano luogo in un momento di eccezionale inquietudine nella vita pubblica italiana. Gli accordi, spesso informali e talora al di fuori della legalità, che avevano plasmato la vita politica del Paese durante la Guerra fredda stavano venendo meno”.

Ancora più esplicito è questo intervento pubblico del cardinale Camillo Ruini, presidente dei vescovi italiani, pochi giorni dopo l’omicidio:
“Don Puglisi era un prete esemplare, che ha testimoniato con la realtà della sua vita e della sua stessa morte come la Chiesa sulla via che conduce da Cristo all’uomo non possa essere fermata da nessuno… Non solo a Palermo una mano criminale ha colpito direttamente la Chiesa, ma anche nella capitale. San Giovanni è il cuore della Roma cristiana. Non consideriamo questi attacchi come disgiunti dagli altri che hanno ancora insanguinato il nostro Paese. Vi è infatti non solo una unità nel disegno criminale, ma anche un intimo legame tra la Chiesa e l’Italia”. 

Come senza precedenti era stato il discorso del Papa ad Agrigento, così senza precedenti fu la risposta dei boss, da Roma a Brancaccio.
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3P in foto...

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